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Editoriale di Rossella Muroni 

Il Governo ha appena approvato il nuovo Piano Casa, annunciato come il grande intervento per affrontare l’emergenza abitativa. Sulla carta, si parla di 60.000 alloggi popolari da recuperare e 100.000 nuove abitazioni a prezzo calmierato in dieci anni. Una cifra imponente, che dovrebbe ridare speranza a chi una casa non ce l’ha o la paga troppo cara. Ma il rischio è di trovarci davanti all’ennesimo provvedimento più edilizio che abitativo: tanto costruire, poco abitare. 

 

Le misure puntano molto sulla rapidità – Commissario straordinario, procedure accelerate, centralizzazione dei fondi – ma dimenticano i territori, le persone e le nuove forme del bisogno abitativo. Non si tratta solo di quante case servono, ma quali, dove e per chi. E su questo, purtroppo, il Piano tace.

 

Il decreto destina al Piano Casa quasi 5 miliardi provenienti dal Fondo per la rigenerazione urbana. Quei soldi erano pensati per migliorare spazi pubblici, scuole, quartieri, restituendo qualità e coesione al territorio. Ora vengono dirottati sull’edilizia residenziale pubblica e sull’housing sociale, concentrandosi soprattutto nelle grandi città del Centro-Nord. In questo modo, i piccoli e medi Comuni – dove il disagio abitativo cresce silenziosamente insieme allo spopolamento – perdono una leva fondamentale per restare vivi. La rigenerazione urbana non è una spesa di lusso: è ciò che tiene insieme comunità e spazi, persone e ambiente. Senza questa dimensione, rischiamo di costruire alloggi che non diventano città, ma solo contenitori. 

 

Nel pieno della spinta europea sulle case green, il Piano Casa italiano sembra guardare altrove. Nessuna chiara strategia per l’efficientamento energetico o per la decarbonizzazione del patrimonio abitativo. Eppure, proprio le case popolari e a canone calmierato dovrebbero essere il cuore della giustizia climatica: perché sono le famiglie più fragili a vivere in edifici energivori, con bollette più alte e condizioni peggiori durante caldo e freddo estremi. 

Ogni euro investito nell’abitare dovrebbe generare anche un beneficio ambientale. Recuperare sì, ma rendendo le case più efficienti, salubri e resilienti ai cambiamenti climatici. Ogni casa ristrutturata deve essere anche una casa rigenerata dal punto di vista energetico e sociale. 

 

Come suggerisce l’ultimo numero della rivista Abitare Anziani, non possiamo progettare politiche abitative ignorando il profondo mutamento demografico del Paese. L’Italia è uno dei Paesi più longevi d’Europa e sta invecchiando rapidamente: milioni di persone vivono sole, spesso in alloggi inadeguati, sovradimensionati o energivori. Il Piano Casa non affronta questa realtà. Servirebbero – come da tempo suggerisce lo Spi Cgil – soluzioni specifiche per l’abitare degli anziani: nuovi modelli di co-housing, spazi condivisi, servizi di prossimità, ristrutturazioni mirate all’accessibilità e alla sicurezza domestica. Un Piano Casa moderno dovrebbe sostenere il diritto a restare nella propria casa, nel proprio quartiere, in un contesto abitativo amico e capace di cura. 

 

La sfida non è solo dare una casa a chi non ce l’ha, ma adattare l’abitato alle nuove fragilità sociali e demografiche. E questo passa da un’idea di abitare come infrastruttura del benessere, non come settore dell’economia immobiliare. Un vero Piano Casa dovrebbe legarsi alle politiche sociali, del lavoro e della mobilità. Casa, reddito e servizi sono tre leve che vanno mosse insieme. Se si interviene solo sul mattone, senza affrontare le disuguaglianze economiche e territoriali, non si produce inclusione ma nuova marginalità. Servono anche indicatori chiari di successo: riduzione dello sforzo abitativo (cioè quanto reddito serve per pagare l’affitto), calo degli sfratti per morosità incolpevole, minore sovraffollamento, tempi di attesa più brevi per un alloggio Erp. Oggi invece si misurano solo i metri quadri e i miliardi spesi, non la vita delle persone che quelle case dovrebbero abitarle. 

 

Costruire non basta. Abitare significa avere legami, sicurezza, energia pulita, servizi e relazioni. Un Piano Casa che voglia essere davvero tale deve tener insieme tutela del suolo, efficienza energetica e inclusione. Deve essere anche un piano del vivere, capace di affrontare la crisi abitativa e quella climatica nello stesso respiro. Senza una visione ambientale e demografica, il Piano Casa rischia di aggiungere nuove case a vecchi problemi. L’Italia ha bisogno di un piano che metta al centro le persone, la qualità dell’abitare, la rigenerazione dei territori. Solo così potremo dire di aver costruito non soltanto muri, ma un pezzo di futuro.