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di Rossella Muroni, presidente Nuove Ri-Generazioni, Dipartimento Contrattazione e Benessere Spi Cgil

Ci sono momenti in cui le politiche pubbliche devono compiere un salto di visione: passare dal curare gli effetti al prevenire le cause, dal rincorrere le emergenze al costruire futuro. Il tema della casa, oggi più che mai, richiede questo salto.

Il disagio abitativo non è più una questione marginale, confinata alle fasce più deboli: è diventato uno dei grandi fattori di disuguaglianza e fragilità sociale del nostro tempo. La casa è tornata a essere un diritto precario anche per chi lavora, per chi studia, per chi ha scelto l’Italia come nuova casa, per chi invecchia da solo. Eppure, per troppo tempo, l’abitare è stato considerato un ambito “statico”, un problema tecnico o urbanistico. Invece la casa è politica sociale, ambientale, economica e persino sanitaria: perché dal modo in cui abitiamo dipendono salute, relazioni, autonomia, dignità.

Questo numero di Abitare e Anziani informa, è un vero e proprio viaggio nel presente ma anche nel futuro del diritto all’abitare, partendo da una consapevolezza: senza un piano organico, il Paese rischia di lasciare indietro milioni di persone. Il Piano Europeo per l’Edilizia Abitativa Accessibile, che l’Unione ha adottato per la prima volta in modo coordinato, rappresenta una novità storica e un’occasione da non perdere. Non solo perché stanzia risorse e investimenti, ma perché propone un’idea di casa fondata su tre principi concreti: accessibilità, sostenibilità, qualità.

È un piano che parla anche all’Italia, e ci obbliga a interrogarci su limiti che conosciamo bene: uno stock edilizio vecchio e costoso da riqualificare, un mercato rigido, una frammentazione amministrativa che disperde energie e tempi. Ma dentro queste difficoltà si aprono spazi enormi di innovazione. L’Europa ci indica un orizzonte, ma saremo noi a dover costruire i passi per arrivarci: con una strategia nazionale sull’abitare che unisca rigenerazione urbana, politiche sociali e transizione ecologica.

Il disagio abitativo, infatti, non è solo mancanza di case, ma assenza di abitabilità integrata: milioni di persone vivono in edifici energivori, umidi, barriere architettoniche, zone surriscaldate d’estate e fredde d’inverno. Case inefficienti che consumano troppo, in quartieri isolati e impoveriti, diventano luoghi di fragilità materiale e psicologica. È qui che la povertà energetica diventa il volto nuovo della disuguaglianza: chi non può permettersi di riscaldare o raffreddare la casa è più esposto ai rischi climatici e sanitari, ed è meno libero di vivere dignitosamente.

Questo approccio integrato riconosce che la risposta al disagio abitativo è anche una politica di adattamento climatico. La crisi ecologica cambia il modo in cui viviamo: ondate di calore, alluvioni, inquinamento atmosferico incidono direttamente sulla vivibilità delle case. In Italia, gran parte del patrimonio abitativo non è pronta ad affrontare queste sfide. Senza case resilienti, il cambiamento climatico acuisce disuguaglianze e fragilità, trasformando il disagio abitativo in vulnerabilità ambientale.

Rigenerare significa immaginare città dove la sostenibilità non è un lusso, ma un diritto. Dove riqualificare il patrimonio obsoleto diventa occasione per creare lavoro, ridurre le disuguaglianze energetiche e restituire dignità ai quartieri dimenticati. Dove gli alloggi pubblici e sociali sono pensati come infrastrutture di comunità, non come spazi di margine. In questa prospettiva, ogni euro investito in edilizia abitativa accessibile è anche un euro investito in salute, sicurezza climatica, coesione sociale.

Rigenerare lo spazio urbano, allora, significa molto più che ristrutturare: vuol dire ricucire relazioni, restituire senso di appartenenza, creare luoghi che proteggono e connettono. Le città rigenerate non servono solo a migliorare l’efficienza energetica, ma a ridare vita alle comunità. L’efficienza diventa così uno strumento politico: non un tecnicismo, ma una forma concreta di giustizia ambientale e sociale. Solo quartieri che riducono consumi e sprechi possono diventare spazi di solidarietà e sicurezza, dove gli anziani non sono isolati e i giovani non fuggono.

C’è però un punto che più di altri chiede un cambio culturale profondo: l’abitare degli anziani. L’Italia è il Paese più vecchio d’Europa, ma non ha ancora un piano per i suoi anziani. Abbiamo accettato troppo a lungo l’idea che “gli anziani stiano a casa loro”, anche quando quella casa diventa un luogo di isolamento o di pericolo. È ora di riconoscere che l’abitare è la prima infrastruttura del prendersi cura. Un abitare sicuro, accessibile e relazionale è ciò che permette di vivere meglio e più a lungo, di restare attivi, autonomi, parte di una comunità.

Serve, come si propone nelle  pagine della Rivista Abitare Anziani , un Programma Nazionale: 200 mila alloggi in dieci anni, tra residenze leggere, alloggi assistiti e cohousing, costruiti o rigenerati per rispondere a un bisogno reale e crescente. È una proposta concreta, realizzabile, socialmente giusta. È anche un investimento che genera ritorni: ogni euro speso in abitare assistito ne fa risparmiare due in spesa sanitaria e ricoveri impropri.

Ma servono anche definizioni nuove, norme chiare, un linguaggio condiviso: “alloggio assistito”, “abitare collaborativo”, “residenza leggera” devono diventare categorie giuridiche riconosciute, non eccezioni progettuali. Serve soprattutto una politica che guardi alla casa come luogo di politiche integrate: casa + cura + comunità.

In questo quadro, il Terzo Settore può essere la leva più potente per trasformare la strategia europea in esperienze locali concrete. Cooperative, fondazioni, associazioni e imprese sociali hanno già dimostrato come si possa rigenerare un quartiere o accendere una rete di prossimità a partire da un edificio riqualificato. Sono loro a conoscere i bisogni dei territori e a poter dare senso sociale ai numeri dei piani europei.

Infine, dobbiamo osare una riflessione politica più ampia. Il diritto alla casa è il termometro della democrazia: se cresce l’esclusione abitativa, aumenta la distanza tra cittadini e istituzioni, e si indebolisce la fiducia nel patto sociale. Di fronte alla crisi abitativa, l’Europa risponde con una visione sistemica. L’Italia può e deve fare lo stesso, utilizzando quella visione come leva per riforme che mancavano da decenni.

Questo numero vuole essere uno strumento di conoscenza e al tempo stesso una chiamata all’azione. Perché se la casa è la prima cura, allora occuparsi di abitare significa occuparsi del futuro del Paese. L’Italia ha la possibilità di unire le sue tradizioni sociali ed economiche più forti – la coesione, la solidarietà, la bellezza dei luoghi – a una nuova ambizione europea: quella di rendere l’abitare un diritto, non un privilegio.