contattaci2
Chiamaci: 06 441 146 25
Scrivici una e-mail
area riservatacerca
cercaarea riservata
logo rigenerazioni NEWS 800x100 trasparente

 

La COP30 di Belém si chiude come si era aperta: con grandi aspettative e una realtà che fatica a stargli dietro. Era stata annunciata come la conferenza della verità, quella in cui la politica climatica avrebbe dovuto riallinearsi alla scienza e alle necessità ormai urgenti dell’adattamento. E invece il vertice lascia dietro di sé un sapore ambiguo: un passo avanti nella narrativa, mezzo passo indietro nella sostanza. Lo sottolinea bene l’analisi di Italian Climate Network, che parla di un negoziato capace di ribadire la centralità del limite dei 1,5°C, senza però costruire gli strumenti necessari per renderlo credibile.

Il nodo dell’adattamento è stato emblematico. Il Global Goal on Adaptation, che doveva diventare operativo, si è trasformato in un esercizio diplomatico più che in una reale strategia climatica. Le bozze presentate in plenaria sono state giudicate incomplete e poco coerenti da molti Paesi, e la presidenza brasiliana ha tentato un’accelerazione che ha lasciato irrisolte proprio le questioni fondamentali: governance, indicatori, soprattutto finanza.

La cosiddetta Global Mutirão Decision, celebrata ufficialmente come il grande risultato del vertice, prevede la triplicazione dei finanziamenti per l’adattamento entro il 2035. Un annuncio dal forte peso simbolico, ma che, come molti osservatori hanno immediatamente notato, non dice nulla sulla provenienza dei fondi né sulle condizioni per renderli accessibili ai Paesi più vulnerabili.

È proprio sul fronte della finanza che si misura la distanza più evidente tra dichiarazioni e realtà. Secondo ICN, molte promesse restano incerte, e l’idea stessa di una roadmap finanziaria globale appare più un impegno morale che un obbligo operativo. In un contesto in cui il mondo in via di sviluppo denuncia ogni anno l’insufficienza degli aiuti climatici, la COP30 non ha ancora trovato il coraggio di dire da dove arriveranno le risorse necessarie.

C’è stato anche qualche spiraglio politico: il “Leaders Summit” preliminare ha portato sul tavolo la questione della giusta transizione, un tema che finalmente entra nel linguaggio negoziale non come appendice sociale, ma come fondamento politico della decarbonizzazione. È un segnale culturale importante, soprattutto perché riconosce che uscire dall’era fossile non è una questione solo tecnica, ma sociale ed economica.

Eppure, la vera promessa mancata resta la più grande: una roadmap globale per l’uscita dai combustibili fossili. Anche su questo punto, ICN parla apertamente di “vuoto politico”, ricordando come il testo finale eviti una presa di posizione netta, rifugiandosi in formulazioni generiche accettabili da tutti e quindi incisive per nessuno.

In questa cornice si inserisce lo sguardo critico — e spesso disincantato — di giornalista Ferdinando Cotugno, che descrive COP30 come un fallimento annunciato del multilateralismo, una conferenza che conferma il limite dei 1,5°C pur sapendo che gli strumenti per rispettarlo non esistono ancora. Nelle sue analisi traspare una frustrazione lucida: senza finanziamenti certi, verificabili, stabili, ogni promessa è un esercizio retorico che non cambia la vita dei Paesi più esposti, dalle isole del Pacifico alle aree costiere dell’Africa.

Non mancano le critiche all’Italia, che a Belém non ha mostrato la leadership climatica necessaria in un momento globale tanto delicato. Il ruolo europeo nel complesso è apparso poco incisivo, incapace di orientare il negoziato verso obiettivi più ambiziosi sia nella finanza sia nell’adattamento.

E tuttavia emerge anche una prospettiva diversa: la crisi climatica come forza che ridisegna rapporti sociali e politici, la possibilità che proprio la consapevolezza del rischio generi nuove forme di solidarietà globale. È una visione che non consola, ma che ricorda perché questi vertici, nonostante tutto, restano cruciali.

La COP30, allora, non è stata né un disastro né un successo: è stata lo specchio fedele di un mondo che riconosce l’emergenza ma non riesce ancora a essere all’altezza delle sue stesse diagnosi. Il multilateralismo regge, ma annaspa. La scienza parla chiaro, ma la diplomazia sussurra. Se la prossima conferenza vorrà davvero essere la COP dell’azione, dovrà partire da qui: dalla consapevolezza che non servono nuove promesse, ma il coraggio di mantenere quelle già scritte.